“Il mondo funziona a cicli, due volte ogni secolo l'oceano ci ricorda quanto siamo veramente piccoli. Una tempesta invernale arriva dall'Antartico spazzando il Pacifico, e spinge onde enormi su verso Nord per 2000 Miglia, e quando arrivano a Bert Beach diventano le onde piu' grosse che si siano mai viste, e io sarò là.”
E' passato un po' di tempo, non troppo forse, ho provato a scrivere almeno cento volte, giuro, ma, ogni volta, ho cancellato per non lasciare traccia: mancava sempre qualcosa, un dettaglio, l'armonia, e, tutt'al più, la delusione. Colpa dell'inchiostro apatico o, magari, della matematica. In questi anni, ho stretto gli spazi, fino a stritolarmi, infiammato com'ero, dalle mie belle speranze. Scrivevo e scrivevo, senza rotta, cercando di ricalcare le graziose linee disegnate da lei, ma perdevo dannatamente la mia matematica. Giorno dopo giorno, senza accorgermene, finché - non so bene dire il momento preciso - la scienziata prese le sue cose e, senza voltarsi, andò via col primo treno. Stentavo a crederci. Rimasi con pochi numeri, ma non ci demmo per vinti, ci rialzammo fieramente, coscienti di quel che avremmo potuto essere e fare. E fu così che, con tanti sacrifici, riuscimmo a strappare a noi la notte perfetta. Occhi lucidi e cuore caldo, nel vestito migliore: ero io, proprio lì, nell'esatta posizione per cui avevo lottato. Non avrei dovuto plagiare nessuna penna questa volta, libero e forte dei miei numeri. Le stelle cadevano follemente, illudevano di desideri e foraggiavano gli intenti. Mi spinsi invincibile a lei, le offersi l'empireo e le mie correnti. Dopo qualche istante presi intimamente le sue mani e feci per portarle al mio petto. Ma non erano stelle quella notte, si trattava di percezione sensoriale, di scie meteoriche, di pezzetti incandescenti di astri già passati, di frantumi, insomma. Del resto, non avevo più matematica, nessuna operazione sarebbe stata possibile. Lei seguì le stelle, io i frammenti arsi.
Che esci alle 11 di sera da lavoro e sai di frittura d'arzigogoli, che boccheggi dopo 12 ore d'aria artificiale quasi soffocato da parole strumentate, che i passi si reggono appena, ancora nauseati dal fiato di ogni cane che ha abbaiato o che ti ha trascinato dalla sua per soldi o per amore di farla pagare al proprio fratello.
Che domandi, serio, alle macchine parcheggiate se hanno trovato strade nuove, almeno una, che una birra brilla nella bocca allegra come, qualche tempo fa, biglie trovatelle scoppiettavano tra le sue mani veloci.
Che in mezzo a tutte le stronzate tirate fuori con gli amici, ne senti una che ti fionda due anni luce indietro, che se anche non vuoi, ritorni alle sonore lotte di schiaffi che portavano sempre, prima o poi, alle sue labbra, a non finire.
Che ti aspetti di incontrarla, così, subito, senza un cazzo di ragione, senza dover chiedere scusa di nuovo, che inebetisci all'idea ubriaca di tirarla a te tutta la notte per tutta la vita, che quasi ringrazi il cielo per sto film a lieto fine che si ripete puntualmente da non sai più quanto tempo.
Che il cielo è avido e non ha mai voglia di renderti i desideri che hai attaccato alle sue stelle ladre.
Che quando la porta chiude fuori il mondo, in fin dei conti, non c'è nulla di cui ti freghi realmente, ché il dubbio di lei ti aspetta già a casa, sul divano, con le gambe all'indiana, sotto il plaid di lana scozzese, con quegli occhialini sul naso, cosi sexy che ci fai l'amore di nuovo.
Erano passate da poco le nove della sera, quando Anna e Stefano uscirono appagati dalla XII mostra internazionale d'arte moderna di York. Mano nella mano, i due ragazzi non profferirono verbo, rimasero sospesi per circa 10 minuti. Frottavano impalpabili, immersi, ciascuno, nelle impreviste tonalità delle opere contemplate: pulsavano ancora, libere nella mente, come un piacere condiviso.
Il cielo, stranito, fissava i due giovani quasi invidioso dei baci d'allegrezza ispirati e delle promesse scambiate con un soffio tra cuori.
Sembravano danzare per il piazzale, entrambi incuranti degli sguardi assenti e delle nubi minacciose. Le inattese impressioni di novembre.
Era lui ed era lei, il resto eventuale e molto, molto vario.
Sette gocce si precipitarono a ticchettare le scarpette blu di Anna, ma pian piano il cielo ne versò più e più a destare la loro attenzione, a suonare i nugoli bassi, a spaventarli.
Stefano, allora, sentì Orgogliobollire in petto e, grato dell'occasione concessagli, ne approfittò immediatamente: si sfilò, rapido, la giacca di jeans e, come un mago con il mantello, fece ruotare in alto il suo giubbino. Anna fu colta di sorpresa, prese fiato, tirò su gli occhi senza espirare, e si affidò a lui.
In un lampo schioccò l'incantesimo: la giacca era svanita, le spalle di Anna tratte in salvo e il braccio di Stefano cingeva il collo della sua bella.
I passi chiamarono altri passi più veloci, ma senza paura; in fondo quei dardi di cielo si nutrivano d'acqua e portavano germogli di Anna nella fantasia di Stefano.
Quando giunsero alla pensilina, Anna sedette sulle gambe zuppe del ragazzo, poi si voltò verso di lui e sprofondò nei suoi occhi dalle ciglia lunghissime.
Un silenzio giacque sorridente e, nel chiaroscuro di quella notte, la pioggia, complice degli innamorati, disegnò un lago sotto la luna.
Il bus delle 21.27, arrivò con qualche minuto d'anticipo; i ragazzi intravidero in lontananza 2lanterne intense abbastanza da sfrondare il piovasco d'autunno e, poco dopo, riconobbero quel vascello che tagliava acque perfettamente distesenel buio. I due naufraghi si imbarcarono, presero posto giù in fondo e poterono udire le porte del 796 dispiegarsi fino a chiusura completa.
Anna adagiò il capo sulla spalla di lui, le mani dei due si intrecciavano gioconde e voluttuose mentre Stefano osservava la luce della città sfavillare tra le gocce aggrappate ai vetri del bus.
Egli sospirò e socchiuse le palpebre, ipnotizzato dall'incedere del temporale. Un istante. Uno.
Il sole alto, gocce macchiate sui vetri e, sul sedile, non altro che vuoto.
I primi di settembre assumevano puntualmente, nella mia infanzia (probabilmente un po' per tutti), le sembianze della malinconia, l'odore di terra bagnata, il profumo di carta, gli entusiasmi da diario nuovo ed essenze di petrolio.
Erano giorni biblicamente "ultimi"... ma anche consapevoli momenti di autogestione prima dell'inizio della scuola.
Si consumavano lunghe e rilassate merende; si susseguivano pomeriggi giocati al caldo di generosi scampoli d'estate; scivolavano corse su spiagge semideserte tra ombrelloni tristi e vacanze finite; erano giorni senza nome.
Adesso non ho più matite colorate per assolare i pensieri uggiosi, nonostante carta e legno mi accompagnino ancora nel mio viaggio; i giorni di questa vita non sono più obbligati, ma di schiacciante responsabilità, di libertà comprata a buon prezzo e di ordinato scorrere.
Ogni tanto, tuttavia, tornano alla mente vecchi primi settembrini.
Era un senso di grigio per via di quei temporali di fine estate quando la rena s'intiepidiva molle e spianata, tra onde lunghe e distese.
Con Danilo e Francesco, come guerrieri valorosi, facevamo la conta delle ferite riportate per i funambolici tuffi sul bagnasciuga nel tentativo di correre più veloce del mare.
Si faceva, ricordo, ad ogni istante, più grosso, con un inconfondibile sapore d'autunno. Non smettevamo di sfidarlo e di volare.
Toccavamo l'apice della felicità con l'azzurro negli occhi e l'appagante disobbedienza alle migliori raccomandazioni.
La sera non si lesinavano rimproveri, febbre ed escoriazioni, ma era il tempo nostro.
Ho sfinito anche l'ultima notte, la più lunga, la mia. Un anno si è chiuso d'improvviso e senza incanto. Sull'album nemmeno una foto né date apposte con cura, ho sfogliato pagine bianche, giurerei di averle riempite. Dal mio disordine, stasera, è saltato fuori il profumo d'erba per le piogge di Saint-Etienne, la canicola delle vie di Granada, e il cielo livido di Dublino. Ci sono parole rimaste a terra, non hanno volato l'istante, pronte da sempre, disperano il futuro. Ne avverto l'inutilità e il vecchio palpito.
Le stelle non smettono d'ascoltare, attonite per i sentimenti tornati indietro, nonostante l'incompiuta giacenza. Le ho stupite, non credono a loro stesse: il conto degli amori promessi, la spesa per le ragioni violate,
le vittorie di fioretto
e la spada non risparmiata.
Coriandoli di un anno. Ho conservato le ore ammaliate al gelo delle colline di Fourvière quando l'emozione levigava il viso e la sua mano nella mia, adagio, poi forte, fortissimo. Il panorama mozzava il fiato, ma solo se guardavo il suo profilo. Non riuscivo a baciarla, a fermare il momento, non vedevo la fine, era poco più in là, oltre la gioia inconcepita. Ho cullato l'innocenza, la tenerezza di cuore, i suoi occhi mi abbracciavano, spaventati del mondo, mentre io, paterno, la salvavo dalle lacrime con le mie promesse.
Ho addosso l'odore della paura, mi ha sfidato apertamente, ha ferito l'infanzia più dolce. Non mi hai visto, mamma, per qualche ora, ma era la prima volta, non ero abituato, eri inerme, e il nostro sangue si versava, come lenti afflati. Pregavo più forte, impotente. Si sono indurite le foglie d'ottobre come un romantico autunno, ebbro di fondue savoyarde e progetti allettanti. Non avrei superato, abbiate compassione, l'inverno più rigido e le nevi sacre di S. Giovanni. Le rose non amano le bufere, ho imparato. Ho corso più forte, senza casco, il vento non mi sfiorava. Sento ancora le luci sul Liffey e gli orizzonti d'Africa, non finiscono ancora. Ho strappato morsi a impavide passioni sciolte di verità, nutrite di sensi , anelate da cuori ciechi di vita. Ho vinto ciliege rosse, attraenti e succose, ma era necessario perdere la terra, questa. Fu appena qualche giorno di gloria o giusto il tempo in cui ho creduto in un desiderio che vive in me. Ho accostato la mano al fuoco, senza mai tirarla indietro, sempre più, fino a bruciare e cadere. I risvegli fumavano neri, ho affondato le stesse mani nella cenere a cercare i tocchi di legno marchiati e svaniti. Ho scoperto persone più forti, attendono per ogni mio ritardo, sopportano gli strappi dolorosi, tengono stretto il mio colletto. Da una vita. Senza stupido orgoglio, il mio. Ho smarrito amori, mentre mi investivano talenti di longilinea sensibilità e di graziosa ironia. Ne ho intravisto i sogni appena pronunciati, avvolti nel cotone, il più delicato, perché non si scalfissero di fervori urlati.
Ho percorso strade ignote e divorato città lontane innamorato del grigio dei giorni dimenticati. Ho percosso le mie decisioni fino all'amata solitudine e ho sferzato coloro che stimo per scelte ingiuste e inerzie criminali. Ho provato e abbandonato con il mare nel cuore, scapigliato e controvento, sempre. Ma quest'anno la storia cambierà, lo giuro.
Ti ho sentito, il movimento imbronciato tra lenzuola che non dormo. Erano paure da difendere e futuro da confortare. Il tempo ci lascerà soli, esili fuscelli da cogliere. Potrò alleviare, a memoria, anche il cruccio di stanotte. Le carezze cercate, la cura dei pensieri fino all'incosciente sibilo del sospiro rassicurato, prima di tenerti per il cuore ad occhi chiusi. Per sempre.
Freddo e cobalto, stanotte, il cielo tira, spinge forte, si respira Dublino. Ho bevuto senza sosta e indagato le tue ragioni.
Non nego le acque sfidate, ma guizzavano domande sui gorghi e un coraggio d'incoscienza, ne rammento la necessità.
Mi conosci pure stasera, non fallire la mia storia, non puoi. Ti dirò delle pietre ruvide, che ho tenuto strette, e spezzato con rabbia di pugni, fino a macchiarle indelebili.
Segnano le 2,00, anche oggi, il fumo sfoca il passato sugli echi del suo addio, su promesse madide, rassegnate.
Poi tu e le irresistibili labbra, cedo e m'intreccio a questa carne, avido dei tuoi seni, libero di indugiare di te, Melanconia.
Ho portato, per la prima volta, una donna all'altare. Era piccola, indifesa, splendida. L'ho tenuta al mio petto, l'ho confortata quando ha pianto e sono riuscito a farla sorridere mentre il visino era ancora umido di lacrime innocenti e spaventate. Occhi pieni di vita di cui non sa e di cui non teme. Le ho giurato il mio amore, nonostante non fosse necessaria la formalità. E' bene, tuttavia, che sappian tutti da che parte io stia. Qualunque cosa, sia oro sia fango, io sarò lì a qualche passo da te, a te, per te. Sei una meraviglia. Tuo Fabrizio.
Ho consumato le scarpe, son arrivato fin qui per guardarti al cuore. Nessun orologio al polso, solo una valigia satura di panni. Brutte notizie, pessime, è il tuo treno a muover via. Il fischio del capostazione, un incrocio di sguardi, è quel che rimarrà. Lacrime non possiedo più, ho fiorito illuse speranze, epiche e confortanti. Ne eran piene le tasche, caspita. Eppure, per buchi e strappi, son evase, han preso quel convoglio, le ho intraviste accanto a te. Eccomi, binario 12, mi contempli in silenzio in assenza delle amate attese. Non so tornare indietro, cedo a me, come disperavo, privo del coraggio di rispondermi. M'è sospirata la città e i due fiumi, il vecchio cinema e il nostro passato. Potrò disegnare oltre questa carta, i giorni immaginati e il tuo viso. Troverò, son certo, i tuoi passi, e li proteggerò in punta di matita, fino al dissolversi delle orme soffiate, a vederne i gesti da cui nacquero. I tuoi, i miei, i nostri.
Ho già scritto tutto, si tratta di tirarlo fuori in modo da non fare troppo rumore, in modo che io possa accettarlo.
Ho la consapevolezza, ormai, che la mia vita, purtroppo, si divide in capitoli della durata di 3 anni: sono riuscito a farlo ancora, per l'ennesima volta. Tra qualche giorno lascerò la mia amata bottega. Mi si stringe il cuore a chiuderle la porta per l'ultima volta.
Ne aprirò, è vero, un'altra nuova, lucida, più grande, più pesante e lo farò perché questo sono io, perché non mi risparmio e non mi accontento, perché io non so stare quieto.
Perché sono passati 3 anni e pare io abbia sempre la "crisi del terzo", qualunque sia la cosa, il rapporto, la persona con cui io abbia a che fare.
Ho capito questo e tre o quattro altre cosette che puntualmente dimenticherò o accantonerò non appena mi troverò ancora una volta all'imbarco, pronto al decollo verso la nuova destinazione.
Siamo a fine maggio 2012, a metà dell'anno, e io ho già lasciato le indimenticabili terre di lei, la mia bottega e le innumerevoli emozioni che non proverò mai, perché l'ho scelto.
Forse è quel tormento che mi consuma da sempre oppure sarà la solita immaturità di cui sono fiero o semplicemente quella perenne attrazione per le sfide, per le nuove scintillanti mete.
Non so e probabilmente non lo capirò mai.
Quel che adesso conosco è la sofferenza, si. Mi si spezza il cuore per ogni momento che non avrò, per tutte le parole già dette, per ciascuna delle tensioni che ho seguito sempre innamorato.
Sebbene in questo istante non abbia chiaro a sufficienza il quadro di ciò che mi renderà felice e che gratificherà i miei giorni fino a rassicurarmi di aver fatto il mio, ho la certezza che questo quadro si materializzerà quasi per magia. So che troverò diversi scenari e che altri sorgeranno sulle fondamenta che adesso, nostalgico, getto.... con fede, la mia, in me.
Tra i tuoi occhi e me, butto giù la torre,
e potrò finalmente dedicarmi al cielo.
Anche oggi arrossisce per le amate Stelle,
giungono silenti, emozionate ancora una volta.
Tra poco gli invidiati amanti s'aggroviglieranno
in penombra, nel loro eterno primo bacio,
nella passione vermigliante i tramonti.
Il vento chiede tempo, io ora ne ho tanto.
(ore 00.14)
Un soffio di vento, un attimo di sorriso, è autunno,
lambisce i miei faticosi ricci, sfarfallano allegri
e intanto cresce forte questo giovane addio,
s'abboccola qui, sul capo, da qualche parte.
E' vigoroso abbastanza da farsi largo tra gli altri.
Non li metterò in ordine neanche questa volta,
in fondo sono pezzi di vita arrotolati,
liberi, da sciogliere ogni tanto, da rileggere.
Hanno la forma che devono, che possono,
niente li pettinerà, è tumulto e memoria,
sono loro e sono me.
(ore 00.51)
Il dolore non va via, neanche un po'
e io dondolo le gambe, infantile,
in attesa di niente, senza pace.
E' un male gentile, mi vuol bene,
si maschera a sogno
per illudermi dell'invincibile
per sorprendermi con la verità.
(ore 01.35)
Ho sospeso i desideri per questa lunga notte,
il vento li confonde con le sue storie a lieto fine,
ma all'alba si poseranno sui fondali del passato.
(ore 01.44)
Vento di febbraio mi punta da nord,
riesce a tremarmi, solo lui.
Non crolleremo ancora per due minuti,
ho perso i tuoi occhi, imprendibili,
non s'attorciglieranno più ai miei,
nessun eterno tra noi, se non nel vento.
(ore 02.49)
M'investirai d'aria, semplice come te,
ti sentirò in ogni corrente, lenta o potente,
come in questo momento.
Le parole mi difenderanno a mitigare la tormenta
o, solo, mi ripareranno dal freddo, il tuo.
Tornerò qui da ogni parte del mondo
a mordere le colpe, a rigurgitare rimpianti,
per insicurezza e per amore
e troverò sempre miraggio nella tua grazia.
La rosa abbandonata,
perduta nella neve di febbraio.
(ore 03.50)
Saprei ritrarre i sussulti della tua curiosità, descrivere lo sguardo assorto delle 11, appena sveglia. Potrei tratteggiare le linee delle tue manie, per me. Riuscirei, persino, ad intonare i colori ai tuoi pensieri, i più preziosi.
Se solo non mi avessi strappato via l’inchiostro. Ché ora la penna scrive, calca, parole trasparenti, vuote. Come me senza te.
Ho sentito i suoi occhi infiammati per il sogno del campionato dei sogni fino all'ultimo lampo di speranza mortificato. Ora è in silenzio e borbotta con voce stridula di quelle azioni di gioco ancora livide nella sua speranza mentre s'accinge, a broncio spiegato, ad indossare il pigiama.
Gli ripongo nel cassetto la maglietta del cuore, tengo stretta la sua squadra prima che le ultime disperate tristezze lascino il posto ai programmati fervori del quotidiano.
Il ragazzo ha perso Londra e questa partita, ma non l'azzurro della sua squadra.
Ma non l'adolescenza delle mie passioni.
Non dormiremo come è da sempre anche questa notte, lo so.